Sbarchiamo sulla Luna e atterriamo su Marte, eppure fatichiamo ancora a riconoscere l’altra metà del nostro mondo. Una metà fatta di donne, di madri e di lavoratrici che lottano per rivendicare la libertà sul proprio corpo, la dignità come persone e come professioniste, nonché l’importanza della propria funzione sociale.

Non sarà una mimosa a salvarci né una panchina rossa, se a tutti questi benemeriti simboli non si farà corrispondere un netto e radicale cambiamento culturale e politico.

E dico culturale e politico perché, alle volte, la mera, seppure indispensabile, affermazione della “parità di genere” non è affatto sufficiente a sovvertire l’effettiva disparità di genere con cui conviviamo da secoli.

Non basta dichiarare la parità perché essa, di fatto, si realizzi: bisogna investire affinché si determinino le condizioni socio-economiche in grado di far emancipare realmente le donne dalla propria condizione di subalternità.

Non può esistere parità laddove non esistono indipendenza economica né pari opportunità lavorative.

E una donna, oggi, è ancora costretta a scegliere tra il ruolo di madre e quello di lavoratrice, come se il ruolo di madre non fosse già, di per sé, una occupazione. Un’occupazione che, per di più, coincide con una essenziale funzione sociale, ossia quella di far nascere, crescere ed educare i cittadini di domani. Tutto questo non è dovuto. Tutto questo va riconosciuto, anche economicamente.

E invece, la realtà in cui viviamo è quella di migliaia di donne costrette a rinunciare o a nascondere la propria maternità nella speranza di superare un colloquio di lavoro; di migliaia di donne costrette ad alzarsi alle quattro del mattino per andare al lavoro, ma solo dopo aver preparato il cibo per tutti e assicurato una merenda negli zaini dei propri figli; di centinaia di donne costrette a subire violenze domestiche perché economicamente dipendenti dal proprio aguzzino; di migliaia di donne che, dopo aver dedicato la propria vita ai figli, accudiscono, nell’ombra, genitori e nonni; di migliaia di donne costrette dalla fame ad abbandonare le proprie famiglie e i propri paesi di origine per accudire i “nostri anziani”, ovviamente, spesso, sottopagate e senza alcuna tutela.

Di fronte a tutto questo, le quote rosa non bastano: è necessario non solo insegnare ai nostri figli maschi che il cosiddetto “focolare domestico” non è luogo angelico né esclusivamente femminile, ma anche e soprattutto garantire a tutte la madri riconoscimento e indipendenza economica.

Fino a quando non saranno soddisfatte queste condizioni materiali fondamentali, ogni dichiarazione di presunta “parità” sarà solo un cattivo modo per lavare le nostre coscienze.

L’anno appena trascorso porta con sé un terribile bilancio di morte e di violenza: come registrano i dati ISTAT, tra gli omicidi volontari del 2020 “il numero delle vittime di sesso femminile aumenta passando da 56 a 59”; le telefonate ai centri antiviolenza, anche durante il lockdown, non si sono mai arrestate e, forse, molte altre sono quelle che non sono mai arrivate, per paura di ritorsioni o per paura del “dopo”.

Un dopo a cui abbiamo il dovere di garantire supporto e assistenza: è importante che queste donne siano messe in condizione di denunciare e che sia assicurato loro un percorso di serio e reale reinserimento lavorativo.

Si fa un gran parlare, ultimamente, di Recovery Fund e di come gestire i miliardi di euro destinati all’Italia: ebbene, in questo giorno tradizionalmente dedicato alle donne, chiedo che una parte di quei soldi sia dedicata alla costruzione materiale della libertà di tutte quelle donne che, ancora oggi, sono costrette a subire violenza, fino a morirne.

E fintantoché questa resterà una battaglia di “categoria”, la vinceremo a fatica: la lotta contro la violenza sulle donne e a favore della effettiva parità di genere − che può avvenire solo nel riconoscimento della differenza − dev’essere di tutti: figli, mariti, padri e nonni compresi.

Il mio ringraziamento, poi, va a tutte quelle donne che prestano assistenza alle proprie sconosciute sorelle, a quelle donne (professioniste e volontarie) che non spengono mai il telefono, pronte a soccorrere e ad accogliere donne più sfortunate di loro.

Una sfortuna, quella di essere stalkerizzate, violentate o uccise dai propri mariti o compagni, che ha delle precise responsabilità, individuali e non.

È tempo di non fare sconti a nessuno.

Buona feste delle donne, chiunque voi siate, chiunque scegliate di diventare.

Carmela Carlucci
Consigliera regionale M5S Basilicata

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