Referendum NO Trivelle: si mette a punto la macchina organizzativa. Altra defezione: la Campania si tira indietro sul conflitto di attribuzione.

Dopo la pronuncia della Corte Costituzionale sull’ammissibilità del sesto quesito referendario,  ieri si è tenuto un nuovo incontro dei delegati regionali  presso la Conferenza dei Presidenti dei Consigli Regionali a Roma.

Segnaliamo subito il passo indietro della Regione Campania che, per mezzo del suo delegato, ha annunciato di non voler procedere nel conflitto di attribuzione relativamente agli altri due quesiti (il secondo e il terzo), ricorso affidato al Prof. Mangiameli. Peccato: davvero non capiamo la strategia di alcuni Consigli Regionali (Abruzzo, Calabria, Molise oltre alla Campania) che appaiono intimoriti dal proseguire in una battaglia che fino ad ora ha ottenuto importanti risultati e che sta frenando il furore antidemocratico di Renzi e del suo codazzo di voltagabbana. Non proseguire fino in fondo, per noi, significa tradire la volontà deliberata dai Consigli Regionali. Evidentemente non è lo stesso per i delegati delle quattro Regioni che hanno ‘cambiato verso’, le quali preconizzano una ulteriore marcia indietro di Renzi.

In attesa di capire se e quali altre Regioni apporranno la firma sul conflitto di attribuzione, si è ripreso a discutere della campagna referendaria vera e propria. La strategia dei movimenti ambientalisti, ma anche dei delegati regionali, è ora focalizzata sulla richiesta del cosiddetto election day’. Ci auguriamo che la scelta di Mattarella, che dovrà esprimersi in merito tra qualche settimana, sia orientata al buon senso: oltre ad un incentivo per favorire un’ampia partecipazione alle urne, non è trascurabile l’aspetto economico. Ci sarebbero in ballo circa 300-400 milioni di euro che, come fa notare un rappresentante di Greenpeace presente al successivo incontro con le associazioni, rappresentano i tre quarti, se non tutto, dell’ammontare complessivo delle royalty petrolifere annuali.  

Con i rappresentanti delle organizzazioni ambientaliste (Greenpeace, WWF, Legambiente, coordinamento NO-TRIV e Green Italia) si sono approfonditi gli aspetti puramente organizzativi della campagna referendaria. Essendo stati i Consigli Regionali a deliberare per  il referendum, sono questi stessi a diventarne automaticamente i comitati promotori. Questo comporta importanti limitazioni nell’utilizzo di fondi pubblici per la campagna referendaria che rimarrebbe circoscritta all’ambito regionale, lasciando scoperte quelle Regioni che non hanno deliberato per i quesiti. Tuttavia sembra essere stata accolta la proposta di colletta istituzionale che avevamo avanzato in uno dei primi incontri tra i delegati regionali. L’eventuale somma raccolta potrebbe essere utilizzata per allargare la campagna anche a quei territori ‘scoperti’ (si pensi a città grandi come Roma e Milano e a regioni come la Sicilia).  Si consideri che per una campagna come quella sul nucleare e l’acqua pubblica si sono spesi circa 500 mila euro.

Nei prossimi giorni si cercherà di coinvolgere anche le associazioni di settore come quella della pesca, del turismo e delle energie rinnovabili, in maniera tale da rendere il fronte ancora più ampio e compatto.

I prossimi si preannunciano mesi molto intensi: la campagna referendaria sarà un’importante occasione di informazione per far conoscere agli Italiani le alternative alla politica incentrata sul fossile e per rafforzare ancora di più la consapevolezza che viviamo in una nazione ricca di risorse paesaggistiche uniche al mondo. Un Paese che può – e deve – puntare ad un modello di sviluppo completamente differente da quello attuale: davvero “green”, come pare voler fare la Croazia che, per bocca del proprio neo premier, fa sapere di voler dare seguito ad una moratoria delle attività estrattive in mare.

Gianni Perrino
Portavoce M5S Basilicata – Consiglio Regionale

 

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