Piano Casa? Lasciamo perdere… che è meglio!

Sabato mattina, durante l’incontro/discussione sul Piano Casa proposto dall’amministrazione comunale, abbiamo comunicato al Sindaco Adduce il nostro NO al piano, motivandolo con le considerazioni che seguono.
Non è il solo Movimento 5 Stelle a suggerire che il Piano Casa vada abbandonato: lo hanno ribadito i rappresentanti di altre cinque associazioni cittadine: Mutamenti a Mezzogiorno, Città Plurale, Associazione per la Sinistra, Sui Generis e Diritti di cittadinanza, che congiuntamente hanno chiesto di non procedere all’approvazione del Piano Casa, principalmente perché in deroga agli strumenti urbanistici.

Abbiamo ritenuto che l’occasione e la sede fossero opportune per sostenere, insieme al NO a questo Piano Casa, una variazione radicale nelle scelte urbanistiche, sulla linea dell’opzione crescita zero, già sostenuta dal Movimento 5 Stelle nel corso dell’ultima campagna elettorale per le amministrative.

Documento presentato all’incontro con l’Amministrazione Comunale di sabato 26 marzo

Dire NO al Piano Casa è a nostro parere la maniera giusta per avviare una mutazione radicale nelle scelte di politica urbanistica della città di Matera.
Crediamo che questa decisione possa costituire l’occasione per invertire la tendenza in atto, pericolosa e preoccupante, del continuo consumo di suolo. Comunemente il consumo di suolo non è considerato una pratica pericolosa; al contrario, sono proprio coloro che si oppongono a questa pratica ad essere considerati come nemici dell’interesse collettivo.

Che lo si voglia ammettere o meno, con l’aumento del consumo di suolo a scopi edilizi esiste per la città il rischio di avvicinarsi sempre più al limite di urbanizzazione oltre il quale il sistema ecologico non è più in grado di riprodursi. Consumo di suolo che spesso diventa spreco: sono, infatti, centinaia a Matera le case sfitte ed i capannoni abbandonati. Paradossalmente lo spreco di suolo produce effetti benefici sul PIL (una abitazione o un capannone costruiti e lasciati vuoti hanno creato comunque “ricchezza” secondo il modello dominante), così come, ancor più paradossalmente, la spesa che il Comune deve sostenere per controllare o bonificare aree dismesse o abbandonate genera anch’essa un aumento nei punti di PIL.
Per questi motivi, le scelte urbanistiche che mettono in discussione questa prassi consolidata sono ancora considerate anacronistiche e contrarie al benessere comune, benessere che ci si ostina a misurare solo con questo antiquato indicatore (il PIL appunto) che un politico lungimirante come Bob Kennedy metteva già in discussione in un celebre discorso di 40 anni fa. I nostri politici, invece, sono troppo abbagliati dal faro dello sviluppo ad ogni costo e, invece di cercare con coraggio nuove pratiche, preferiscono l’omologazione.

Che lo si voglia ammettere o meno, la strada da seguire è una ed una soltanto: adottare politiche urbanistiche ispirate al principio del risparmio di suolo e alla cosiddetta crescita zero, se non addirittura alla decrescita, restituendo alle produzioni locali parte del territorio oggi cementificato.
Quanto prima si avvieranno concretamente politiche urbane verso la crescita zero, tanto più indolore saranno gli effetti per la comunità. Si tratta di anticipare al più presto delle scelte che un giorno, comunque, l’amministrazione cittadina dovrà necessariamente fare.

Che lo si voglia ammettere o meno, per svariati motivi (primo fra tutti le difficoltà economiche del Comune) le amministrazioni che si sono succedute ed i loro sindaci hanno abdicato al ruolo di gestori del territorio, lasciandolo ai privati. Assistiamo da almeno quattro decenni a politiche urbanistiche pensate ed orientate non nell’interesse della collettività, bensì dei grandi costruttori ed operatori immobiliari che perseguono, ovviamente, interessi privati molto diversi dal bene comune.

Per molti anni le amministrazioni comunali hanno finanziato i bilanci in perenne squilibrio grazie alla combinazione di due fattori:
1) le norme di legge che consentono di applicare alla parte corrente dei bilanci gli oneri di urbanizzazione;
2) la disponibilità di territorio in una città dove l’edilizia ha rappresentato sempre un valido investimento.
Noi siamo convinti che chi amministra il Comune possa fare una scelta diversa, proprio quella di una politica urbanistica ispirata al principio della crescita zero.
La crescita zero è una scelta virtuosa perché reca beneficio al territorio, anche se sarebbe avversata dai sostenitori della necessità dell’aumento del PIL. Noi la riteniamo una scelta obbligata per i seguenti motivi:
- perché interrompe il circolo vizioso della monetizzazione del territorio;
- perché occorre evitare il superamento del limite di territorio urbanizzato oltre il quale il sistema ecologico non è più in grado di riprodursi;
- per senso di responsabilità verso le future generazioni.
Per l’amministrazione comunale significherebbe non avere più la disponibilità dell’entrata economica derivante dagli oneri di urbanizzazione. A questa condizione si può fare fronte senza alcun dramma innanzitutto non prendendo più in considerazione tali cifre nei bilanci di previsione e, con azioni pratiche, riducendo seriamente le spese nei settori dell’amministrazione non considerati indispensabili e ricercando altre e innovative forme di finanziamento.

Matera si candida a capitale europea della cultura per l’anno 2019, con un ambiente che rischia di diventare ancora più degradato e cementificato.
Proponiamo di cancellare questo Piano Casa e nello stesso tempo intervenire nel contesto più generale, dicendo basta al consumo di territorio, tracciando una linea ideale oltre la quale non si può più costruire.
Proponiamo di intervenire sul tessuto urbano consolidato, riqualificando gli edifici esistenti senza trascurare il punto di vista del risparmio energetico e della sicurezza antisismica. E’ dimostrato in molte realtà avanzate, sia nazionali che straniere, che utilizzando le case vuote ed i volumi esistenti, si riesce comunque a soddisfare una buona domanda di abitazioni (dimostrazione che è soprattutto una risposta a una delle obiezioni che vengono solitamente mosse, cioè quella di non pensare alle giovani coppie).

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