L’uranio il cinghiale e la zanzara (di Maurizio Camerini)

 
Nel 1965 il trionfante ingresso della Basilicata nell’era nucleare si annunciava come una folata di vento a cui sarebbe stata affidata la dispersione della radioattività prodotta. Negli stessi anni Pier Paolo Pasolini nella sua Orestiade africana affidava al vento che stormiva tra le fronde in Africa orientale il ruolo delle antiche Erinni, le forze violente e primordiali che governavano la natura umana.
Oggi la Basilicata è ancora il regno del cinghiale e delle zanzare, che nel frattempo sono diventate tigri. E il nucleare?

I lucani sono solo 600.000, lo spopolamento avanza nella regione come il Tenerè in Africa. Ed al pari del Corno d’Africa, i suoi paesini sono lastricati sul petrolio, sul metano e sui rifiuti. I monti che un tempo furono regno dei ribelli sono oggi regno della Total, della Shell e della Esso. Sul versante ionico, a dominare sono invece i rifiuti nucleari ed un impianto di ritrattamento del combustibile nucleare esausto, l’Itrec.

Nemmeno il viaggiatore più attento noterebbe l’Itrec, anche se chi percorre la Jonica ci deve passare davanti per forza. E’ a due minuti esatti di macchina dai comuni di Policoro e Nova Siri, ma non si nota.
L’Itrec era un impianto adibito al ritrattamento del combustibile del ciclo uranio/torio. Avrebbe dovuto, cioè, lavorare le barre di combustibile esaurito da destinare ai reattori al torio, i quali in Italia non esistevano, né sono mai stati costruiti.
L’Itrec ha funzionato solo per due anni, non ha mai prodotto aalcuna barra di combustibile maa ha lasciato una pesante eredità: i rifiuti nucleari.
I rifiuti solidi sono contenuti in circa 9.000 fusti. A parte vanno contabilizzati 27 fusti, depositati nella c.d. fossa irreversibile, una vasca di calcestruzzo interrato. In tale sarcofago i rifiuti solidi furono inseriti tra il 1975 ed il 1982. Nel mese di novembre del 2006 si è verificato un incidente proprio nella suddetta struttura con dispersione di radioattività. L’incidente è stato causato da imperizia nelle attività di recupero del sarcofago.

Il cemento che contiene i rifiuti si sta fessurando, con il rischio concreto di dispersione di radionuclidi ad elevatissima radioattività nell’ambiente. Quali rifiuti sono poi contenuti nella fossa? Su questo aspetto il mistero è totale, e reso ancora più inquietante dalle voci che parlano di plutonio e di 8 fusti non contabilizzati.
Ci sono inoltre 3,2 metri cubi di soluzione radioattiva, contenente 20,5 metri cubi di uranio 235 arricchito al 93%.. Questa soluzione, estremamente radioattiva, emette radiazioni gamma ad elevatissimo potere penetrante .Sono contenuti in serbatoi la cui sicurezza è estremamente precaria a causa della vetustà della costruzione.
La sistemazione di tali liquidi sarà un’attività delicata, un caso unico al mondo, perché non esiste un’altra soluzione di uranio e torio da trattare, e non esiste nemmeno un contenitore che sia in grado di trasportarli altrove.
Nel 1993 il giudice Nicola Maria Pace apriva un procedimento giudiziario nei confronti di alcuni dipendenti Enea dell’impianto Itrec, accusandoli di non aver provveduto alla messa in sicurezza dei rifiuti liquidi prodotti dal centro dal 1975 al 1978. Il procedimento era stato avviato in seguito ad un incidente verificatosi il 30 marzo 1993, che aveva provocato dispersione di liquidi radioattivi nell’ambiente circostante, a causa del degrado della condotta a mare. Il 17 aprile ed il 20 maggio dello stesso anno si ebbero altri due incidenti, sempre nella condotta a mare.
Mentre la magistratura indagava su queste vicende, il 14 aprile 1994 si verificava l’ennesimo incidente, questa volta con fuoriuscita di liquido radioattivo da uno dei serbatoi di stoccaggio.
L’inchiesta ben presto si allargò. Ci si chiese come mai tecnici iracheni e pakistani si fossero addestrati nell’Itrec verso la fine degli anni 70.

Il principale teste di questa inchiesta fu un ingegnere della Trisaia, nome in codice Billy, che ipotizzò un traffico di materiale fissile partito dall’Itrec e diretto all’Iraq.

Nel 1995, in un convegno a Città del Capo, un fisico norvegese aveva chiesto di porre fine ai traffici illeciti di un impianto nucleare in Sud Italia, e l’unico impianto del Sud Italia era l’Itrec,

L’anno successivo, l’8 marzo 1996, sarà la volta di un giornalista scozzese, Nic Outterside che, dalle pagine del Guardian, denunciava la scomparsa dall’Itrec di 27 elementi di combustibile, o meglio di 265 chili di ossido di uranio utilizzabili a fini militari, che potrebbero essere finiti nelle mani della mafia italiana.
La magistratura nell’ottobre del 2007, ha infine emesso 10 avvisi di garanzia, di cui 8 ad ex dirigenti dell’Itrec e due ad esponenti della ‘ndrangheta, con i seguenti capi di imputazione: produzione e traffico di sostanze radioattive, traffico di armi e violazione di regolamenti relativi alla custodia di materiale nucleare.
Traffici di plutonio dalla Basilicata era il titolo dell’editoriale della Gazzetta del Mezzogiorno del 6 ottobre 2007.

L’ipotesi accusatoria è, infatti, che pezzi dello Stato, manager di un ente pubblico, e malavita organizzata, si siano messi insieme per trafficare nucleare ed armi.

A rendere il quadro ancora più inquietante, era intervenuto, il 6 giugno del 2005, un servizio de L’Espresso, che riportava le rivelazioni di un pentito della ‘ndrangheta, Francesco Fonti. Il pentito aveva rivelato che, a fine anni ’80, l’organizzazione criminale calabrese era stata incaricata di far sparire 600 bidoni di fusti tossici prodotti dall’Itrec, dei quali 500 smaltiti in Somalia e 100 sotterrati a Pisticci, in provincia di Matera, in una località denominata Coste della Cretagna.

Nell’operazione Basilicata-Somalia furono utilizzati 40 camion i quali avrebbero dovuto prelevare i bidoni dall’impianto di Rotondella per trasportarli al porto di Livorno. Poiché nella stiva entravano solo 500 bidoni, gli altri 100 furono, stando alle parole del pentito, sotterrati in territorio lucano. Il centro Itrec avrebbe poi commissionato anche lo smaltimento di ulteriori 1.000 fusti di rifiuti, che sarebbero stati trasporti al porto di Livorno e di lì imbarcati, insieme a casse colme di armi, alla volta della Somalia.
Il giudice Pace, alla Commissione sull’omicidio Alpi/Hovratim ha dichiarato di essere rimasto impressionato dai contenuti del memoriale pubblicato sull’Espresso

, poiché riproduce e si sovrappone, con una precisione addirittura impressionante, agli esiti di indagine che ho condotto proprio come procuratore di Matera, partendo dalla vicenda della Trisaia di Rotondella proseguendo con la tematica dello smaltimento in mare di rifiuti radioattivi, su cui svolsi delle indagini in collegamento investigativo con la procura di Reggio Calabria12

Il capitano Natale De Grazia che collaborava con la magistratura, morì il 13 dicembre 1995 per un malore dopo aver pranzato a Nocera Inferiore, in circostanze mai del tutto chiarite. Ecco cosa ha affermato Pace alla Camera dei Deputati il 10 marzo 2005.

La mattina del giorno della sua morte ero a Matera; alle 10,30 mi chiamò a casa (in ufficio, Nda) e mi disse che stava partendo per Massa Marittima e, successivamente, per La Spezia, dove avrebbe compiuto alcune verifiche sui registri nautici. Disse che a Reggio Calabria mi avrebbe portato con un’imbarcazione della Marina sul punto esatto, dove era stata affondata la Rigel, una delle tante navi effettivamente colate a picco, su cui nutro i maggiori sospetti. Affondata al largo di Capo Spartivento, a 1.400 metri di profondità era la nave sul cui affondamento esisteva certezza, attraverso una annotazione cifrata in inglese che la citava come persa.

Il 6 maggio 2006 il pm potentino Henry John Woodcock arrestava a Potenza 17 persone, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, ricettazione e millantato credito. L’inchiesta fu denominata Somaliagate. Il gruppo era stato accusato dalla magistratura lucana di truffa nei confronti di alcuni imprenditori potentini, indotti ad investire soldi in fantomatici appalti in Somalia per prospezioni idro-geologiche. Tra gli indagati, anche Hussein Mohamed Farah Aidid, definito dalla stampa vice premier somalo, che avrebbe avuto il compito di fornire copertura istituzionale alle truffe.

Tra gli indagati compariva Massimo Pizza, il quale si presentò al pm potentino come agente provocatore, ispettore ONU, vice-presidente dell’AMI (Associazione Musulmani Italiani) ed esperto in questioni somale. Interrogato dai magistrati, Massimo Pizza si lasciò andare ad una serie di esternazioni: gli argomenti affrontati andarono da Ilaria Alpi, uccisa per aver scoperto un traffico di materiale nucleare proveniente dalla Basilicata, fino ad arrivare ad una rete massonica che vedrebbe le logge lucane e calabresi tra le più rilevanti in Italia.

Nell’ aprile 2008 c’è stata la denuncia del pm Francesco Neri, il quale ha dichiarato che è stato violato il plico sigillato e custodito nell’archivio della Procura di Reggio Calabria. Si tratterebbe del plico nel quale erano contenuti i documenti scoperti da Natale De Grazia, il capitano di corvetta morto in circostanze misteriose mentre stava indagando sugli affondamenti delle navi carretta
Tra questi documenti c’erano anche 31 cartellette, ognuna intestata ad uno stato. La n. 18, relativa alla Somalia, conteneva il certificato di morte di Ilaria Alpi. Altre cartellette erano intestate alla Repubblica di Capo Verde, Congo, Zaire, Sierra Leone, Zambia.

La costa ionica della basilicata è legata ad un’altra vicenda che la lega alle scorie nucleari: la decisione del Consiglio dei Ministri di costruire in Basilicata il Deposito Unico dei rifiuti nucleari. Il 14 novembre 2003 veniva emanato il decreto legge n. 314, con il quale si stabiliva che il deposito sarebbe stato costruito a Scanzano Jonico. La zona scelta era una cava di salgemma, a pochi chilometri dal paese, a poche centinaia di metri dal mare e una trafficatissima superstrada. Non si deve però pensare alla zona come ad una vera e propria cava. In realtà si tratta di un lembo di terreno integro, senza scavo alcuno, circondato da coltivazioni.
Intorno al sito prescelto tanti piccoli centri: oltre a Scanzano Jonico (6.000 abitanti), ci sono Policoro (15.000 abitanti), Rotondella (3.000 abitanti), Nova Siri (6.000 abitanti), per citare solo quelli che distano dalla cava poche decine di chilometri.
Il provvedimento governativo fu un decreto fuori sacco, ossia adottato con procedura d’urgenza, che non figurava nel programma dei lavori del Consiglio dei Ministri. L’urgenza, fu detto, era motivata dai recenti fatti di terrorismo internazionale, che avevano visto la strage a Nassiriya, il 12 novembre 2003, di 19 militari italiani.
Oggi l’Eni è tra i candidati favoriti a sfruttare gli enormi giacimenti di petrolio di Nassirya.

Il Deposito, dichiarato opera di difesa militare, avrebbe dovuto essere ultimato entro il 2008, un lasso di tempo irrisorio anche solo per lo studio delle caratteristiche della zona, figuriamoci per una simile costruzione. Dell’opera si sarebbe occupata la Sogin, una società del gruppo Enel istituita nel 1999 con la partecipazione del Ministero del Tesoro e presieduta dal generale Carlo Jean.
La reazione culminò, infine, il 23 novembre 2003, nella marcia dei 100.000, la più grande opposizione che la piccola regione abbia mai conosciuto. Alla protesta non parteciparono solo i lucani, ma anche pugliesi e calabresi. La manifestazione divenne il simbolo dello sfruttamento del Sud.
Dopo oltre 15 giorni di dure proteste il Governo, all’atto della conversione in legge del decreto, cancellava il nome di Scanzano Jonico.
Gli studi sulla cava di salgemma erano stati effettuati negli anni 70 ed i pareri degli studiosi sono stati sempre contrastanti.
Un deposito geologico militare di rifiuti nucleari non è una costruzione che può permettersi studi datati e pareri contrastanti. Richiede anni di ricerche e perforazioni. La cava scelta deve mantenersi sicura per millenni, non può essere circondata da campi coltivati e impianti irrigui. Non può essere circondata da stabilimenti balneari, da fiumi, non può sorgere a poca distanza da coste dichiarate a rischio erosione, da fiumi a rischio esondazione, ed a poche centinaia di metri da un giacimento metanifero.

Era solo un caso se nello stesso mese in cui l’Italia siglava un accordo con la Russia per lo smantellamento di sottomarini nucleari, la Sogin individuava il Deposito Unico? Era una semplice coincidenza il fatto che l’Itrec ed il Deposito distassero pochi chilometri dal porto di Taranto, uno dei più importanti porti militari Nato dell’area mediterranea? Era realmente idonea la cava di salgemma di Scanzano Jonico? Era un caso che il deposito si trovasse vicino al Centro Itrec, che la magistratura sospettava, sin dal 1994, avesse lavorato materiale fissile destinato ad un paese del medio oriente?

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